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Le avventure di Theo Thread Tools
Old 03-15-2020, 11:22 AM #1
Theorganicguy
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Le avventure di Theo

Non esistono più le mezze stagioni. Il clima moderno è un alternarsi di giornate calde e soleggiate a febbraio e temperature sottozero con neve a marzo. Una cosa è però certa: le giornate si allungano di giorno in giorno e il sole sta ricominciando a darci il buongiorno quando al mattino usciamo di casa e quando la sera ritorniamo dopo una soda giornata di lavoro. La natura si risveglia dal suo letargo al ritmo di un variegato concerto: dall’allegro cinguettio degli uccellini alle prime luci dell’alba al suggestivo canto dei grilli all’imbrunire. Già sorridiamo, pensando alle fragranti piante coltivate in giardino, in un angolo appartato del balcone oppure nascoste fra la vegetazione del bosco. Cresciuta sotto il sole, alimentata da passione e sentimento, l’erba autoprodotta acquista un valore territoriale aggiunto, come i pomodori dell’orto della nonna, le susine del vicino o le erbe aromatiche del proprio giardino.

Mi ha sempre affascinato pensare con quanta rapidità passiamo da seme nella nostra mano alle infiorescenze in un contenitore. Possiamo ammirare il tempo scorrere davanti ai nostri occhi. Nel corso di due stagioni, la pianta attraverserà il suo tortuoso cammino e compirà il miracolo della vita. Giorno dopo giorno crescerà, trasformandosi da esile fuscello a folto cespuglio. Man mano si avvicinerà l’autunno, essa allungherà i rami verso il cielo, quasi volesse accarezzarlo con le sue foglie. Infine, si tingerà di suggestivi e pittoreschi colori autunnali, trasformandosi in un’incantevole opera d’arte vivente. Questo spettacolo botanico verrà coronato con l’assaggio del prodotto finale, allietando i sensi con una sinfonia di aromi, sapori e sensazioni. Sarà a quel punto che l’interno del tricoma, la quintessenza aromatica della pianta, si rivelerà in tutta la sua natura e complessità. Dopodiché, ogni cosa ricomincerà da dove si è conclusa: ovvero da quei boccioli tanto agognati, culla della successiva progenie, abbracciata amorevolmente dal calice e protetta da tricomi luccicanti.

Credevo che a far superare le cifre singole al THC, fossero stati i coltivatori statunitensi durante gli anni ’70, desiderosi di ottenere il massimo effetto dalla quantità più piccola possibile, data la situazione sociopolitica dell’epoca. Dopo aver svolto qualche ricerca, ho avuto modo di constatare che varietà che si aggiravano intorno al 15% erano in circolazione anche prima che le percentuali fossero una strategia di marketing, un vanto, o addirittura che si sapesse dell’esistenza delle molecole in questione.
La presenza di un rapporto bilanciato di cannabinoidi (THC:CBD 1:1) nell’hashish estratto a secco è da attribuire a differenti criteri di selezione. I coltivatori non hanno attivamente cercato un fenotipo particolarmente potente, ricco di THC, la cosiddetta perla in mezzo al fango. Nei paesi in cui il metodo di estrazione più diffuso è la battitura, i criteri a guidare la selezione sono altri: resistenza alle intemperie e all’aridità, basso fabbisogno di nutrienti, quantità di resina prodotta e facilità a separare i tricomi dal resto del materiale essiccato.
Il contadino libanese non si basa tanto sulle proprietà psicoattive del prodotto finale, quanto sulla resa al momento dell’estrazione. Se poi, il prodotto finale conterrà il doppio di CBD rispetto al THC, per il coltivatore non farà differenza alcuna. Di conseguenza, in un campo avremo modo di trovare molti chemotipi differenti. Ciò si traduce in un miscuglio di battiture, differenti fra loro, e quindi un cocktail di terpeni e cannabinoidi, che si traducono in quell’effetto rilassante e piacevole associato a particolari zone geografiche. In regioni del mondo dove vengono consumate principalmente infiorescenze, i coltivatori hanno iniziato a selezionare principalmente in base alla potenza del prodotto. Utilizzando i semi provenienti dalle piante più psicoattive, vennero alla luce varietà come Manipuri, Malawi Gold, Mango Thai, per citarne alcune, tutt’oggi in grado di competere con ibridi moderni sia per livello di THC che per effetto.


Questo secolo è caratterizzato dalla febbre del ?9 per quanto riguarda il mercato nero e da un forte interesse per il CBD da parte dell’industria medica. Si sente spesso parlare di cannabis light e cannabis illegale, due mondi diametralmente opposti. Passiamo dunque da un intenso effetto mentale ad un distensivo relax muscolare, con poche fermate intermedie. L’avvento di Internet, ha inoltre portato ad una facilitazione nel reperire semi provenienti da quasi qualunque angolo del globo. Il risultato? La maggioranza dei coltivatori marocchini adesso piantano Amnesia e Lemon Haze e sui pendii dell’Himalaya si iniziano ad avvertire gli aromi di puzzola della proverbiale varietà. C’è chi grida al progresso e si rallegra al pensiero di poter fumare una prima battitura di Lemon Haze, direttamente dalla Rift Valley e chi, dopo aver realizzato che le varietà autoctone stanne svanendo, non sa se scuotere amareggiato la testa o decidere di fare il possibile per preservare quelli che potrebbero presto diventare reperti storici di un’era passata.


A mio modesto parere, dove c’è la luce c’è anche l’ombra. Senza lo Yin, lo Yang perde il suo significato. La notte, senza il giorno, smetterebbe di essere tale.
Ergo: dove abbiamo del THC, è necessario del CBD per bilanciare. Non è una legge universale. Non dev’essere una nuova moda né tantomeno una condanna verso chi preferisce intraprendere un certo percorso e indirizzarsi verso uno degli opposti estremi biochimici. È soltanto la mia filosofia.

Penso che un viaggio sia un tuffo in un mare immenso: lo scibile umano.
Le esperienze acquisite ci plasmano, allargano i nostri orizzonti e ci forniscono nuovi punti di vista, come le radici di un albero, intente a scavare nel terreno e arricchire la pianta.

Ricordo gli sporadici ma significativi contatti con le resine importate: gli aromi speziati e piccanti dell’afgano, il delicato odore dolciastro e pinoso emanato dai biondi marocchini e i toni più citrici e lignei del libanese. L’alterazione della coscienza era più che un frivolo escamotage per scacciare la noia o ammazzare il tempo durante un torrido pomeriggio estivo. Era un safari attraverso altri paesi, altre culture, altre storie.

Ricordo l’effetto obnubilante di un gommoso pezzetto di fumo nero condiviso con un amico, la trance ipnotica mista all’abbandono delle sensazioni fisiche, il vagare dello sguardo attraverso la stanza e allo stesso tempo fra mondi immaginari. Un’avventura degna di “Le mille e una notte”, coronata da un’estasi dei sensi e il piacevole sprofondare in un dolce sonno.

Assaporare diversi sapori, ci fa gustare il variegato repertorio offerto dalla natura e sviluppa il nostro palato, allargando i nostri orizzonti. La scelta organolettica è ampia e variopinta: dal dolce della vaniglia, al piccante del pepe fino all’acido dei solventi. Come un cuoco combina diversi ingredienti cercando di rendere una pietanza un’indimenticabile esperienza poliedrica, così incrociamo polline e brattee, avventurandoci fra fenotipi ed espressioni genetiche, scrivendo pagina per pagina un nuovo eccitante capitolo della storia di questa pianta.

Queste esperienze hanno plasmato la mia idea di esperienza cannabinacea.
Continua un simbolico viaggio fra la molteplicità e la diversità al fine di creare una nuova varietà che possa offrire un raffinato effetto mentale, dove la coscienza si distacca dalla tangibilità e materialità del mondo fisico, il corpo viene cullato dolcemente, sciogliendo le tensioni fisiche e il rapporto bilanciato fra THC e CBD consente di ottenere un elevato beneficio medicinale.
Nelle mie creazioni vi sarà la presenza omogenea delle due molecole più discusse di questo ventennio. Per giungere a ciò, intendo attingere da un pool genetico ampio e variegato, fra queste vi sono anche le genetiche africane. Non ho avuto finora modo di trovare semi CBD creati con genetiche tropicali in vendita. Sono rari gli ibridi con un carattere e una crescita “sativa”. Alcuni fenotipi di CBD Mango Haze e Harlequin rappresentano forse una minoranza.

Come molti di di noi sapranno e innumerevoli studi confermano, i cannabinoidi (CBG, CBD, THCP ecc ecc) sono l’equivalente del motore e il carburante di un’automobile e i terpeni (limonene, mircene, nerolidolo e molti altri) il volante e il cambio.
Che cosa accadrà dunque, quando il CBD, la calma e la distensione per antonomasia, incontrerà i profili organolettici più stimolanti ed adrenalinici, tipici di piante delle regioni tropicali?
La risposta, prossimamente su questi schermi

Last edited by Theorganicguy; 07-03-2020 at 12:23 PM..
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Old 03-15-2020, 03:38 PM #2
Danhashish
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Grazie per la storia e le emozioni positive Theo.
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a presto
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Old 03-15-2020, 05:31 PM #3
Galvano
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Dalla guerrilla di bosco al microbox
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Old 03-16-2020, 06:22 AM #4
stagno
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Date le premesse non posso non seguire!
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Old 03-16-2020, 02:07 PM #5
StRa
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mi metto comodo!

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Old 03-17-2020, 11:44 AM #6
Theorganicguy
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Grazie per la storia e le emozioni positive Theo.
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mi metto comodo!

Un caloroso benvenuto a tutti
Ecco un fagiolo di Mountain Dawn F2, germinato ieri e seminato stamattina, e una piccola Erdpurt, intenta a prendere il sole nella cara vecchia incubatrice


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Last edited by Theorganicguy; 07-03-2020 at 12:27 PM..
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Old 03-19-2020, 07:04 PM #7
StRa
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Mountain temple F2 di Beanz socio!?

booom
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Old 03-19-2020, 09:18 PM #8
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Originally Posted by StRa View Post
Mountain temple F2 di Beanz socio!?

booom
Capperi! Anche questo nome esiste già ? Devo farmi venire in mente qualcos'altro allora...Comunque no, l'incrocio è un mio F2 di Erdpurt x Kali China.

Un saluto
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Old 03-27-2020, 03:51 PM #9
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Living soil

A volte le risposte più complesse scaturiscono dalle domande più semplici e viceversa. Il motivo per cui le mosche vengono attratte da un frutto lasciato all’aria aperta può sembrare banale, ovvero che siano attratte dallo zucchero, e allo stesso tempo essere l’anello di una catena talmente tanto grande e complessa da non essere nemmeno consapevoli della sua esistenza.
Ricordo che nell’orto di famiglia una volta a settimana si faceva una cosiddetta “pulizia”. L’obiettivo era evitare la proliferazione delle infestanti. Venivano quindi estirpati ciuffi d’erba, sarchiate graminacee e fresati terreni. Nulla veniva lasciato a caso e il terreno pareva non cambiare mai. Era come se il tempo in quel fazzoletto di terra avesse smesso di scorrere.

Nel bosco, un albero caduto viene avvolto dal muschio e fagocitato lentamente da licheni e muffe. Dopo qualche tempo, questo albero sembra rimasto immutato, se non per la presenza di una sorta di lenzuolo vegetale verdastro. Se provassimo a smuovere il tronco, esso si sbriciolerebbe come un biscotto inzuppato nel latte, rivelando una brulicante civiltà, dove apparentemente non vi era nulla: insetti che zampettano indaffarati, operose larve intente a curare la propria prole e soffici muffe avvolgere rami e corteccia. Toccato terra, per quei frantumi il viaggio è tuttavia appena iniziato: batteri, miceli e artropodi continueranno a trasformare la materia, fino a farla scomparire del tutto. Nulla scompare, tutto si trasforma”, come diceva mio nonno. O forse era Kant?
In fondo, che importanza ha?
Per i frammenti di quell’albero, il viaggio fra i regni biologici è appena iniziato. Verranno utilizzati come sostentamento da milioni di altre fonti di vita, contribuendo al ciclo del terreno. Il terreno non è infatti soltanto un ammasso di terra compressa, dove le radici delle piante affondano per succhiare nutrimento, senza che nient’altro accada. “La differenza fra la terra e il terreno è la vita”.

Quando prendiamo una bottiglia di fertilizzante NPK, la mischiamo con x dl d’acqua e versiamo il miscuglio in un vaso, stiamo apportando sì del nutrimento, ma direttamente alla pianta, o per meglio dire, alle sue radici. Solitamente, eliminare un intermediario nel percorso fra il produttore e il consumatore comporta qualche tipo di vantaggio. In questo caso, essi potrebbero però essere minori rispetto ad un approccio più olistico e ad ampio spettro.
Facciamo un passo indietro e torniamo all’arbusto “digerito” dal bosco. Possiamo, in un certo senso, dire che quell’albero abbia fertilizzato il terreno. Questo fenomeno è replicabile anche su piccola scala, gettando una buccia di banana in mezzo ad un prato. Questo processo è noto alla maggior parte di chi si occupa di giardinaggio, seppur con un concetto e una procedura diversi: compostaggio.
Sollevando il coperchio di un bidone del compost, possiamo constatare come la materia organica si stia effettivamente trasformando, assumendo una consistenza poltigliosa. Guardando più a fondo, potremo notare moschini, larve e formiche. Se ci avventurassimo più in basso, troveremmo lombrichi, le care vecchie muffe e persino qualche pianta nata dai semi delle nostre verdure. Tutti quegli ospiti non hanno scambiato il nostro compost per una meta dove trascorrere le vacanze di pasqua. Stanno riciclando quello che per loro è fonte di vita. Il terreno su cui questo processo ha luogo assorbe dunque quello che, alle volte ignari del tutto, gettiamo in un secchio. Basti pensare che un cucchiaio di terreno contiene più di sei miliardi di esseri viventi.

Tutto molto affascinante e commovente. Ma che cosa ha a che fare con la ganja?
Il processo ci ha insegnato che:
a) La materia organica può essere riciclata e sfruttata nuovamente, all’infinito
b) Questo ciclo mette in moto una grossa quantità di essere viventi, provenienti da tutto il regno biologico: funghi, insetti, batteri e molti altri ancora.

Inoltre, l’insediarsi di varie forme di vita nella cosiddetta rizosfera consente all’ambiente di autogestirsi. Un terreno, al contrario della terra, trattiene molto meglio l’acqua, consentendo di diminuire la frequenza di irrigazione. Inoltre, un substrato dove l’umidità è costantemente stabile consente lo sviluppo di un florido microbioma. Un terreno spoglio, ovvero senza flora a fungere da scudo, si ritrova alla mercé degli elementi atmosferici. Questo processo è noto con il nome di “desertificazione”, i cui effetti si possono riscontrare in paesi del terzo mondo, dove l'invio gratuito di migliaia di capi di bestiame ha fatto aumentare la popolazione animale ben oltre il limite che i pascoli della zona avrebbero potuto sopportare. Così, in pochi anni, vastissime distese di savane e steppe sono state compromesse e trasformate in campi di dune mobili.


Una buona pratica consiste nel piantare i cosiddetti cover crops (colture di copertura): piante in grado di proteggere l’equilibrio e la salute del terreno. Queste colture aumentano l'attività dei funghi micorrizici promuovendo un rapporto simbiotico con le radici delle piante per l'assorbimento di acqua e nutrienti. Inoltre, esse limitano lo sviluppo delle erbe infestanti e incrementano la sostanza organica presente nel terreno. In un vaso di medie dimensioni, circa 10L, possiamo realizzare una foresta in miniatura, contribuendo così al benessere della pianta e ad una maggior produzione di terpeni e cannabinoidi. Andiamo inoltre a stimolare l’aumento della biodiversità, promuovendo lo svilupparsi di altre specie botaniche e conseguentemente il numero di insetti. Questi bilanciano a loro volta l’ambiente, svolgendo diversi compiti: impollinatori, predatori naturali ed elaboratori di materia organica. Abbiamo in sostanza creato una nicchia ecologica, dove le nostre piante possono fare ciò che meglio sanno fare: collaborare e interagire con il resto della natura.

Mettiamo un po' di carne al fuoco:

Erdpurt

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Lebanese x (erdpurt x chinadelica)

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Un vaso di compost, terriccio del ciclo passato, trim e trifoglio alessandrino in fase di preparazione.

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Old 03-27-2020, 06:43 PM #10
HiroshiShiva II
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leggendoti mi rendo sempre piu conto che l'unico essere vivente sulla terra che non vive in armonia con essa è l'essere umano ,non tutti ,ma un buon 90% , cmq passato il leggero strabismo ti seguo con molto interesse
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